La carta bambagina, durante il XVIII secolo, era prodotta in 12 distretti cartari sparsi nel territorio della Repubblica di Venezia (I diversi distretti erano quelli di Bergamo, Brescia, Salò – Toscolano e Maderno – Verona, Vicenza, Padova, Vas di Bassano, Treviso, Ceneda, Belluno, Sacile, Pordenone). In essi erano fabbricate le 37 diverse tipologie di carta riconosciute dallo stato per soddisfare la domanda interna e internazionale. Le carte da Commercio costituivano i 5 prodotti destinati alle esportazioni, indirizzate per lo più verso il mercato ottomano (Le cinque classi di carta da Commercio erano chiamate Imperial, Sotimperial, Real, Mezzana e Tre lune). Nate espressamente per l’uso dei Turchi, erano prodotti creati per risolvere il problema della trasparenza tra le contrapposte superfici dello stesso foglio, accresciuto dai particolari inchiostri utilizzati in Oriente. Il maggior peso che ne conseguiva aveva col tempo creato una domanda internazionale in ambito musicale tanto che, le carte di formato Real, erano esportate dal Portogallo alla Germania e, probabilmente, fino alla Russia.[1] Dopo le carte da Commercio, in ordine di qualità e prezzo, vi erano le carte da stampa (vedi tabella 1). Quelle di tipo Leon pare fossero letteralmente divorate degli stampatori di edizioni di pregio. Erano normalmente designate dal simbolo del Leone – rampante dentro scudo coronato, su tre monticelli, di traverso – e, incollate o no, erano destinate principalmente agli usi dell’editoria veneziana che, nonostante le avvisaglie di una fase calante, era ancora una delle più importanti industrie editoriali europee del secondo settecento.[2] Le carte Tre Cappelli, segnate con filigrane in cui apparivano tre forme stilizzate simili a delle cupolette dotate di due alette sporgenti, avevano sostanzialmente gli stessi usi delle Leon. La carta Romana si distingueva dalle precedenti per delle forme realizzate con vergelle più grosse e meno numerose. Segnata nella tabella tra le carte Leon e Tre cappelli, costituiva probabilmente un prodotto dedicato all’industria editoriale. Seguivano poi le qualità da scriver, da spiera (per finestre), e le carte colorate tra cui le nere per i formaggiai.

Tabella 1. Le diverse qualità di carta prodotta nello stato veneziano (Vedi ASV IA 23, «gennaio 1795»).

QualitàLibbre aPrezzo a rismatipologia
rismaLiresoldi
Imperiale5452[commercio]
Sotto Imperiale4840
Reale3320
Mezzana2614
Comune [3 Lune]24810
Leon in foglio1112[stampa]
Romana98
Tre cappelli1012
Mercantil da scriver8510[scriver]
Da scriver fina [rosa?]86
Da scriver sopraffina [colomba?]77
Da scriver sopraffina olandese in 4to611
Leon in 4to566
Spiera fina1712[per le finestre]
Corsino fina da stampa85[stampa]
Cernaglia da scriver65[scriver]
Navegar bianca con colla156
Navegar bianca senza colla155
Spiera ordinaria2010[per le finestre]
Navegar mercantil164
Corsino ordinaria113
Comunella ordinaria6210

Note.

[1] In ambito musicale erano utilizzate quasi esclusivamente le carte di tipo R eal.Nella musica sacra (parti vocali), e nella scrittura delle partiture in formato da viaggio, era usata anche la Tre lune. Copie di particolare pregio potevano essere scritte in carta Sotoimperial o Imperial ma, tale scelta, imponeva maggiori sfridi e, di conseguenza, maggiori costi (vedi I-VEc L. Hofmann, Concerto per violino e orchestra, Fondo Giustiniani, B. 29 n.11, proveniente dalla bottega di G. Storti, scritto in carta Imperial Andrea Fossati – 1765-72). Anche Marcos Portugal (Lisbona, 24 marzo 1762 – Rio de Janeiro, 17 febbraio 1830), nella seconda metà del XVIII secolo, si serviva di carte veneziane di tipo Real. http://memoryofpaper.oeaw.ac.at/marcosmus/marcosmus.php?id=1

[4] Sulla fase calante dell’industria editoriale veneziana nel secondo settecento vedi M. Infelise, L’editoria veneziana nel ‘700, Franco Angeli Libri srl., Milano 1989, cap. 6, p. 275 e ss.. Quanto all’utilizzo della carta da stampa nell’industria editoriale, Infelise ricorda come, il progetto di una piccola stamperia pubblica specializzata in testi scolastici, preparato da Gasparo Gozzi nel 1774, prevedesse un solo torchio e un consumo annuale quantificabile in 300.000 fogli di carta, pari a 600 risme. Un simile progetto, preparato dall’arte degli stampatori veneziani nel 1766, riguardante due torchi, prevedeva un consumo annuo di carta da stampa di 624.000 fogli, pari a 1248 risme. Ibidem, op. cit., p. 212.

Le carte da Commercio.

Come evocato dal nome, le carte da Commercio erano particolarmente seguite dal legislatore veneziano, in ragione degli ingenti dazi riscossi sulle esportazioni. Gli altri prodotti dell’industria cartaria veneziana erano invece destinati a soddisfare una domanda per lo più nazionale o, grazie al sistema dell’esenzione dai dazi, limitata agli stati esteri limitrofi (A tal fine sarebbero utili degli studi specifici incentrati sulle tariffe doganali e sull’esenzione dai dazi accordati alle cartiere dal senato veneziano). La spiegazione pare potersi individuare nelle caratteristiche merceologiche dei prodotti e nei costi di trasporto che, specie se compiuti via terra, incidevano sul prezzo finale della mercanzia in misura maggiore al diminuire del valore della carta e all’aumentare della distanza del mercato servito.[3] Pare logico pensare che i prodotti cartari destinati agli usi editoriali e della scrittura e, in misura ancor maggiore, le carte e i cartoni colorati, rientrassero tra quelli fabbricati da tutte le cartiere del tempo e che le particolari caratteristiche merceologiche delle carte da Commercio ne facessero un prodotto di nicchia. Le riflessioni esposte spingono a ipotizzare come sostanzialmente solo le carte da Commercio potessero essere destinatarie di una domanda internazionale e come tale domanda potesse generare un effetto traino sulle esportazioni delle altre qualità, in ragione di una riduzione dei costi di trasporto. Ivo Mattozzi segnala come assieme alle carte da Commercio, specie dove non vi fosse un’industria cartaria nazionale (mercati del Levante), si esportassero anche carte chiamate Finissime da stampa o da scriver.[4] Sembra però plausibile considerare le esportazioni di carte Finissime come una domanda accessoria, integrante quella connessa alle carte da Commercio, le uniche seguite dal legislatore veneziano a partire dal primo decreto in materia di carta del senato veneziano, pubblicato l’8 agosto 1768 (ASV IA 23).

Quantificare l’incidenza dei costi d’importazione sembra possibile proprio per la carta utilizzata in ambito musicale. Il confronto tra il prezzo di una risma nella Serenissima e a Vienna suggerisce come tale aumento potesse aggirarsi attorno al 10%.[5]

Mario Infelise informa come, nella Serenissima, una risma di carta Real (500 fogli) fosse venduta nel 1770 a 30 lire. Tale prezzo fu soggetto a una continua riduzione nel corso degli anni e, se nel 1789 raggiungeva le 24 lire (Vedi M. Infelise, L’editoria veneziana nel ‘700, op. cit., p. 186), nel 1795 era sceso a 20 (Vedi tabella 1).

A Vienna, nel 1781, il negozio musicale Artaria annunciò la vendita di mezza risma di carta veneziana rigata (240 fogli, 480 bifoli) a 13 fiorini (780 kreuzer); la risma di 500 fogli sarebbe stata perciò venduta a 27 fiorini e 5 kreuzer (1625 kreuzer).[6] Supponendo una riduzione lineare del prezzo della risma nella Serenissima, quantificabile nel 1781 in ca. 3 lire e 6 soldi, si otterrebbe a quella data un prezzo d’acquisto di 26 lire e 6 soldi che, per semplicità di calcolo, è arrotondata a 27 lire (4 ducati e 3 lire ca.). A Vienna la medesima risma sarebbe costata 32 lire piccole e 6 soldi (5 ducati, 2 lire e 6 soldi), 5 lire e 6 soldi in più (poco meno di un ducato), in cui sarebbero rientrati i costi di importazione, quelli di rigatura dei fogli e il ricarico applicato da Artaria: un incremento dei costi di circa il 20%. Se la situazione fosse confermata, l’utilizzo di carta veneziana da stampa all’estero avrebbe sicuramente fatto lievitare i costi di edizione. I costi che M. Infelise quantifica, solo per la carta impiegata, attorno al 40-45% delle spese editoriali sarebbero cresciuti perlomeno del 10%. Per qualsiasi imprenditore di stato estero, l’uso di carta da stampa veneziana avrebbe reso il prodotto non concorrenziale rispetto a quello delle ditte locali.[7] L’unicità delle carte da Commercio in ambito musicale, concorrenziali anche rispetto a quelle prodotte dalle ditte olandesi, riusciva invece a giustificare agli occhi degli acquirenti viennesi e probabilmente europei l’incremento di prezzo registrato .

Alcuni accenni all’intero settore cartario, pur nella scarsità e disomogeneità della documentazione sopravvissuta, sembrano utili per quantificare il valore del mercato internazionale di carta bambagina veneziana. Una statistica redatta per l’Inquisitore alle arti descrive l’andamento delle esportazioni cartarie nel corso del decennio 1781-90:[8]

Tabella 2: Le esportazioni di carta dal 1781 al 1790 in ducati.

1781259.3281783277.4531785327.7531787231.716178955.459
1782199.8361784197.9271786348.4411788176.6641790200.854

Un altro documento redatto per la medesima Magistratura informa come, nel 1795, la produzione annuale del settore cartario veneziano ammontasse a 455.880 risme (911.760 ducati) di cui 127.227 (254.454 ducati – 28% – pari a 12 lire e 4 soldi a risma), per lo più da Commercio, erano esportate verso gli stati esteri (Vedi ASV IA 23)Pare plausibile affermare che la gran parte di detta carta fosse indirizzata verso la porta ottomana e solo una minor quantità viaggiasse in Europa per gli usi connessi al mercato musicale. Le 455.880 risme prodotte annualmente erano fabbricate da un numero medio di cartiere stimabile in 110, la cui produzione media si aggirava attorno alle 4.144 risme all’anno, pari a 80 balloni di 50 risme. Una percentuale attorno al 40% delle cartiere allora operanti era sita nel distretto di Salò, a Toscolano, Maderno e Limon (Vedi ASV IA 23). 

Note.

[3] Il trasporto acqueo, fluviale e marittimo, ha sempre rappresentato il modo più economico di movimentare le merci. Esso incideva sul prezzo delle mercanzie trasportate in modo inversamente proporzionale poiché, trattandosi di un costo sostanzialmente fisso, diminuiva all’aumentare della quantità trasportata. Diverso pare il caso dei trasporti effettuati via terra con carri; esso avrebbe inciso sul prezzo delle merci trasportate in modo direttamente proporzionale poiché l’incidenza del costo sarebbe aumentata al crescere del peso trasportato e della distanza percorsa.

[4] Vedi Ivo Mattozzi, Le filigrane e la questione della qualità della carta nella Repubblica Veneta alla fine del 1700. Il caso delle carte filigranante esportate nell’Impero ottomano, Ateneo Veneto a. 181, 1994, pp. 109-121. L’autore segnala come nel 1725 le esportazioni verso il levante e verso il ponente comprendessero, oltre alle carte Realgrande, leggera, mezzana e tre lune,anche le carte finissime Leon e Tre cappelli.Mattozzi riporta come nel 1760 il console veneziano avesse informato che della carta veneta si faceva grande consumo in Aleppo e che essa era superiore alla francese in «bianchezza, nettezza, e finezza» quasi in ogni genere. Per le carte chiamate reale, mezzareale, imperiale e sottoimperiale,aggiungeva il console,«alcuna altra nazione sino ad ora non ha potuto farli fronte, perché di simili qualità non ne possono fabbricare».

[5] Vedi G. Ganzer, Andrea Galvani, 1797-1855. Cultura e Industria nell’Ottocento a Pordenone, Studio Tesi Edizioni, Pordenone 1994, p. 28-29. La riduzione dei costi di trasporto pare essere stata un vero cruccio di Valentino Galvani, titolare delle due cartiere operanti per l’omonima ditta a Pordenone. «[Egli] nel febbraio del 1769 presentò una supplica nella quale si diceva disposto ad aprire un negozio di carta a Trieste purché gli fosse permesso “di fare direttamente le spedizioni a Trieste per la strada di mare […] previo il pagamento del dazio, senza incontrare anche quelli maggiori dispendi di trasporto e altro occorrerebbero a far transitare la carta stessa per Venezia, il che contribuirebbe in tal modo di agevolare il prezzo nella vendita della carta”». Pur non andando incontro a dazi, da cui la carta era esclusa, il solo trasporto acqueo da Pordenone a Venezia, e da lì a Trieste, avrebbe reso la carta di Valentino Galvani meno concorrenziale. La battaglia di Galvani durò un ventennio e finalmente, il 22 febbraio 1788, fu “terminato” che potesse spedire la carta direttamente a Trieste.

[6] D. Edge, Mozart Viennese Copysts, Dissertation in doctor of Philosophy, University of Southern California, 2001, p. 123. Nel raffrontare i valori espressi in ducati e lire piccole veneziane, fiorini e Kreuzer austriaci si sono osservati i seguenti livelli di cambio: 60 Kreuzer per ogni fiorino viennese e 5 fiorini viennesi per ogni ducato veneziano, pari a 6,2 lire piccole.

[7] Una personale indagine su 22 libretti teatrali stampati a Vienna tra il 1763 e il 1771 (I-Vacg 58A 88 – Teatri stranieri), ha evidenziato come gli editori Ghelen, G. T. von Trettnern, G. Kurtzboek utilizzassero solo carta austriaca. I risultati sono stati confermati dalla successiva indagine condotta sui libretti teatrali stampati tra il 1762 e il 1779 per i teatri pontifici, genovesi, parmensi, torinesi (I-Vbnm DRAMM. 3256); nessuno degli editori utilizzò carta veneziana per la stampa dei libretti teatrali. Spostando l’attenzione sulla carta da scrivere, i rapporti epistolari intrattenuti da Padre G. B. Martini, sembrano suffragare l’utilizzo di carta prodotte dalle cartiere site negli stati in cui i mittenti risiedevano (I-Bmim – carteggi, consultabili online sul sito http://www.bibliotecamusica.it/cmbm/scripts/lettere/search.asp).

[8] Vedi ASV IA 24. «Foglio che dimostra tutta la carta bianca spedita per la dogana d’uscita ord.ae Fontico dei Todeschi per Costantinopoli tanto da mar come per Terra in anni 10 da Giugno 1781 a Maggio 1792 come risulta dalli libri scrivani delle dogane Med.meesistenti nella Ragionateria dell’Ecc.maDeput.nealle tariffe mercantil [?] come segue [in ducati].

 

 

Le cartiere del distretto di Salò.

Una lista delle cartiere attive nel distretto di Salò (1782) fornisce elementi utili, ancorché puntuali, per comprenderne l’importanza e la capacità produttiva: le cartiere erano 49, di cui 4 totalmente e 4 parzialmente inoperose durante l’anno, per mancanza di materia prima. Negli edifici, condotti da 23 ditte (nel 1768, quando fu emanato il primo proclama in materia di carta del senato veneziano (18 agosto), le ditte attive erano 26 e le ruote 109), giravano 121 ruote (13 inoperose, totalmente o parzialmente) che fornivano l’energia per movimentare 535 pile (57 inoperose, totalmente o parzialmente), capaci di trattare una quantità annua di 170.960 libbre di stracci (88% delle 192.790 libbre potenzialmente lavorabili dall’intero sistema).

Le “tine” presenti negli edifici erano 76 (4 inoperose), attorno cui lavoravano 280 maestri, capaci di una produzione giornaliera per “tina” di 3.000 fogli delle diverse qualità. Dette informazioni consentono una stima della produzione cartaria annua del distretto. Se giornalmente si fabbricavano 216.000 fogli (calcolati sulle 72 tine operanti), la produzione annuale nell’intero distretto avrebbe raggiunto i 78.840.000 di fogli, pari a 157.680 risme. La capacità produttiva media di ogni singola cartiera sarebbe stata di 3504 risme annuali, delle diverse qualità scelte per soddisfare la domanda di carta del mercato nazionale e internazionale, pari a circa 70 balloni di 50 risme.[9] Dato che le esportazioni nel 1782 ammontarono a 199.836 ducati, e nell’ipotesi di un prezzo medio a risma costante di 2 ducati (12 lire piccole e 5 soldi), la produzione salodiana di carta avrebbe raggiunto un valore di 315.360 ducati annui. Se fosse esistito solo detto distretto, le esportazioni avrebbero assorbito il 63 % della produzione delle sue cartiere. La zona di Salò, se confrontata con gli altri distretti, pare costituisse una realtà eccezionale e unica nel territorio della Repubblica, probabilmente italiano e, forse, Europeo, capace potenzialmente di soddisfare l’intera domanda internazionale di carta veneziana dell’epoca. Sembra comunque sostenibile come la maggior parte della bilancia commerciale del settore cartario veneziano fosse ascrivibile alle cartiere del distretto salodiano, specializzate nella produzione delle carte da Commercio.[10]

Nel maggio 1769 l’Inquisitore alla carta avviò un’inchiesta, replicata nel 1775, per mettere ordine alla produzione delle carte da Commercio. Scopo duplice dell’indagine era proibire l’uso della marca delle tre lune sulle carte non destinate all’uso dei Turchi e vigilare sulla qualità dei prodotti delle cartiere che le fabbricavano.

Le cartiere del distretto di Padova, di proprietà di Antonio Cappello, comunicarono che le carte da Commercio non rientravano tra quelle prodotte (ASV VSM Busta 465). Quanto a quelle del distretto vicentino, solo quella di Franco Avanzini le fabbricava. Nel 1775, nessuna delle cartiere dei distretti di Ceneda, Treviso, Belluno, produceva carta da Commercio dei formati più grandi, ma solo della Tre lune. Lo stesso faceva la ditta Marco Moroni di Verona, proprietaria di tre cartiere orientate alla produzione di carte nere a uso dei formaggiai. Delle 3 ditte veronesi quella del Moroni era l’unica a produrre saltuariamente carta tre lune, solo su incarico dei mercanti veneziani (ASV VSM Busta 465, Verona, 10 agosto 1775). Nel settembre 1775 i proprietari delle cartiere bergamasche inviarono le loro risposte: solo alcune delle 11 cartiere del distretto producevano carte da Commercio (ASV VSM Busta 465, Bergamo, 15 settembre 1775). Nei distretti di Sacile e Pordenone l’unica ditta che le producesse era quella di Valentino Galvani. Dato che le sue carte non furono mai contrassegnate con la marca delle tre lune, sembra plausibile che i suoi prodotti avessero ottenuto una qualche liberatoria dall’uso della stessa, forse per poterli distinguere e controllare meglio, o fossero indirizzati principalmente verso il mercato di Ponente, gravitante attorno a quelli austriaci e tedeschi, serviti attraverso la città di Trieste.

Note.

[9] Vedi G. Ganzer, Andrea Galvani, 1797-1855. Cultura e Industria nell’Ottocento a Pordenone, op. cit., p. 27. «Secondo le risposte a un’inchiesta dei revisori all’entrate pubbliche nelle due cartiere [di Valentino Galvani] nel 1785 si lavoravano 204.000 libbre di stracci […] e 19.000 libbre di carniccio. Con tale materia prima si producevano 9.850 risme di carta [197 balloni di 50 risme a cartiera], di cui erano vendute in Friuli 1.636 [32 balloni ca.] e spedite a Venezia 6.590 [132 balloni ca.] destinate per la maggior parte all’esportazione».

[10] Vedi G. Ganzer, Ibidem, op. cit., p. 27.La carta destinata alla burocrazia ottomana richiedeva una confezione che rispettasse particolari esigenze ed era appannaggio, specialmente, delle cartiere salodiane.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.